Nel punto fermo
I
A novembre di quest’anno sono tornata in India e sempre a novembre ho letto Burnt Norton di T. S. Eliot e All’Autunno di John Keats — due poesie plasmate da sensibilità opposte. Keats si muove nell’abbondanza sensoriale dell’autunno; Eliot nella rarefatta aria del tempo, della memoria e della quiete. Eppure entrambi suggeriscono lo stesso gesto: abitare il presente con consapevolezza.
Durante il mio soggiorno indiano ho incontrato persone nuove e affrontato le consuete sfide che ogni viaggio porta con sé. Tra queste, anche una dimenticanza apparentemente banale: ho lasciato a casa il mio tappetino da yoga. Lo chiamo da yoga per semplificare ma in realtà è un tappetino sul quale faccio di tutto: pilates, pesi, meditazione, esserci sensoriali e persino scrittura intuitiva. Insomma è un tappetino importante per la mia vita quotidiana, se vogliamo è una casa viaggiante.
All’inizio l’impossibilità di praticare ha fatto riemergere vecchi demoni e dialoghi interiori severi: “Sei sempre la solita, non ne fai una giusta, avresti potuto organizzarti meglio. Sempre all’ultimo, sempre di fretta.” Poi una voce mi ha spinta ad agire, a prendere le redini della situazione in mano.
Dopo varii tentativi e giorni dove ho provato di tutto — un tappetino che era più scivoloso di un pezzo di ghiaccio, un altro che era stato usato così tante volte da essere ormai inutilizzabile e infine una pratica a terra con le formiche rosse che si infilavano nei vestiti — sono stati soprattutto questi versi di Burnt Norton, prima poesia dei Quattro Quartetti di T.S. Eliot, poeta statunitense naturalizzato britannico, ad aprirmi un varco:
“Nel punto fermo del mondo che svolta. Né carne né senza carne;
né da né verso; nel punto fermo, dov’è la danza,
né arresto né movimento. Non chiamarla fissità,
dove passato e futuro sono raccolti. Né movimento da né verso,
né ascesa né declino. Se non nel punto, nel punto fermo,
non c’è danza, e c’è soltanto danza.
Posso dire soltanto, là siamo stati: ma non posso dire dove.
E non posso dire per quanto, perché lo porrei nel tempo”.— Estratto da BURNT NORTON, (No. 1 di 'Quattro Quartetti'), di T.S. Eliot
Scritta nel 1936 e poi pubblicata insieme alle altre tre poesie nel 1943 Burnt Norton inaugura un percorso attraverso quattro momenti — Burnt Norton, East Coker, The Dry Salvages e Little Gidding — ognuna legata a un luogo importante per la vita del poeta.
Oltre all’itinerario geografico, ogni poesia è associata simbolicamente a una stagione e a uno dei quattro elementi — aria, terra, acqua e fuoco, in quest’ordine, creando una struttura ciclica e armonica che sostiene l’intero progetto dei Quattro Quartetti.
Burnt Norton, pur essendo la poesia dell’aria, si radica in un luogo reale: un’antica villa ormai abbandonata nei pressi di Chipping Campden, nel Gloucestershire. Eliot vi si recò nell’estate del 1934 e ne esplorò i giardini insieme all’amica Emily Hale.
Ispirato dalla villa, soprattutto dal giardino di rose e dalla sua personale ricerca spirituale — negli ultimi anni della sua vita Eliot studiò i testi del canone Buddhista e la Bhagavad Gītā e si convertì al Cristianesimo anglicano — Burnt Norton abbraccia temi come il tempo, la memoria e la transitorietà. Temi spirituali, temi universali.
È in Burnt Norton infatti che Eliot introduce per la prima volta l’idea del punto fermo — the still point — uno stato interiore in cui il tempo, passato, presente e futuro convergono in una sorta di quiete contemplativa. Un luogo nel quale è possibile raggiungere una verità al di fuori del fluire cronologico del tempo.
Per Eliot, comprendere lo scorrere del tempo e il suo peso nelle nostre vite è possibile solo accedendo a ciò che lui definisce il punto fermo, un centro quieto ma scintillante, simile al “silenzio vivo” evocato da Livia Chandra Candiani. Non si tratta tuttavia di un luogo fisico e chiuso, ma di una tana onirica dove il movimento è trattenuto nella sospensione.
L’immagine della sospensione in movimento si ritrova anche in due antiche tradizioni spirituali. Nella danza dei dervisci rotanti, i mistici sufi girano su se stessi in cerchi continui, come pianeti intorno a un centro invisibile. Il loro è un movimento costante, l’intento però è raggiungere un centro interiore immobile, un luogo di presenza e di unione con il divino nonostante il movimento.
La danza dei dervisci è una danza lenta, circolare, attenta, ma è soprattutto una danza che trasforma uno spazio minimo nell’infinito.
Allo stesso modo, nella tradizione induista la danza cosmica di Shiva, il Tandava, rappresenta il movimento perpetuo dell’universo: creazione, distruzione, rinascita. Eppure si dice che Shiva danzi dal suo nucleo fermo, da uno spazio di pura coscienza da cui tutto nasce e verso cui tutto ritorna.
Ecco allora che il punto fermo di Eliot, il centro dei dervisci e il cuore della danza di Shiva, indicano tutti la stessa esperienza universale: trovare la quiete nel movimento, il silenzio nel suono, l’eterno nel presente. Non è fermarsi fuori dal mondo, ma ritrovarsi nel suo centro.
Un altro tema importante di Burnt Norton è la memoria. Quest’ultima ci dice il poeta dilata le possibilità facendoci credere alle infinite possibilità del passato. Nasce così il rimpianto. Un sentimento che ha il potere di distorcere il presente. In Burnt Norton però la memoria non è solo ricordo, ma un “luogo mentale” in cui si torna, spesso invano. Il rimpianto rende quel luogo seducente ma sterile: è un ritorno che non porta crescita o radicamento interiore, ma solo una futile ripetizione.
Nonostante la sua natura paralizzante, in Eliot ogni emozione legata al tempo apre una possibilità spirituale. La memoria, quindi, non è per lui un luogo in cui sostare con malinconia, ma un centro, un punto di contatto con sé stessi. A patto che essa sia unita alla coscienza e all’attenzione.
“Solo con il tempo, il tempo è conquistato” scrive infine Eliot, invitandoci a vivere nel presente e ad entrare in quel punto fermo che contiene sia la caducità, sia la possibilità di eternità. In questo senso la memoria diventa una via poetica per abitare il quotidiano con leggerezza, anche quando siamo attraversati dalle difficoltà.
II
Stagione di foschie e d’una pastosa
fecondità, tu amica prediletta
del sole che matura ogni raccolto;— All’Autunno, John Keats (estratto) (Puoi leggere la poesia completa qui)
Se la poesia di Eliot ci conduce in un territorio rarefatto, impregnato di memoria e silenzio, Keats, il poeta romantico per eccellenza, ci riporta al corpo, ai sensi, alla pienezza dell’esperienza. In Ayurveda, l’antica medicina tradizionale indiana, i sensi sono porte sottili attraverso cui il mondo entra in noi e noi entriamo nel mondo. Ogni senso, in questa tradizione, non è solo un atto fisiologico, ma un modo di conoscere, interpretare e abitare la realtà. La vista illumina, il tatto radica, l’olfatto orienta, il gusto nutre, l’udito armonizza. È attraverso queste soglie che l’equilibrio — o lo squilibrio — prende forma.
Quando leggiamo All’Autunno di John Keats, ci accorgiamo che la poesia fa esattamente questo: apre una soglia sensoriale dopo l’altra. Keats costruisce l’autunno non come un semplice scenario, ma come un’esperienza da sentire con tutto il corpo.
L’autunno, in Ayurveda, è una stagione governata dall’aria e dall’etere — elementi che portano movimento, leggerezza, incertezza. Keats, senza mai nominarli, ne fa percepire la qualità: l’aria che gonfia, la luce che cambia, il tempo che scivola. Eppure alla leggerezza Keats risponde sempre con una forma di nutrimento sensoriale: la vista dei frutti maturi, il sole che fa gonfiare la zucca, il profumo intenso della stagione, il tatto del vento che come fili di capelli dissolvono le nuvole, il canto dei grilli, i fischi del pettirosso nell’orto chiuso e le rondini che cinguettano nei cieli. È una danza tra Vata (il principio ayurvedico dell’aria che muove tutto) e le qualità più dense e nutrienti della terra che trattengono, accolgono, radicano.
Così la poesia di Keats diventa, involontariamente, un piccolo esercizio ayurvedico: ci ricorda che per attraversare il cambiamento abbiamo bisogno di tornare ai sensi, uno per volta. Di lasciarci nutrire da ciò che percepiamo. Di affidarci anche al corpo per ritrovare stabilità mentre l’aria, fuori e dentro di noi, si muove.
Pur partendo da due visioni diverse sia Eliot che Keats alla fine giungono all’idea che il tempo, così come tutto ciò che ci circonda, può essere vissuto pienamente solo se ci immergiamo al suo interno. Solo attraverso l’attenzione il velo renoso che tinge la mente, rendendola inquieta, può essere alzato.