Nel punto fermo
I.
A novembre sono tornata in India. Il viaggio ha portato con sé nuovi incontri, deviazioni e le piccole difficoltà che appartengono a ogni spostamento. E poi un’assenza. Avevo lasciato a casa il mio tappetino da yoga. Lo chiamo tappetino da yoga, per comodità. Ma in realtà è lo spazio in cui medito, scrivo, danzo. Un rettangolo di materia sottile che stendo sul pavimento e che, ogni volta, delimita uno spazio. Qui. Questo è il posto.
Una piccola casa che si arrotola.
Questa volta la casa era rimasta altrove.
Nei primi giorni l’impossibilità di praticare ha fatto riemergere voci che conoscevo bene. Voci precise, impazienti. Le frasi si disponevano una accanto all’altra, dure, familiari. Poi ne è arrivata un’altra, più quieta.
Ho cercato un altro tappetino.
Il primo era così scivoloso che le mani non riuscivano a restare ferme. Il secondo era stato usato fino a perdere consistenza, forma, quasi identità. Ho provato infine a praticare direttamente a terra, mentre le formiche rosse mi salivano sulle gambe e si infilavano sotto i vestiti.
Ogni tentativo falliva in modo diverso.
Poi quella stessa settimana ho letto Burnt Norton, il primo dei Quattro quartetti di T. S. Eliot. Versi sul tempo, su ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. È stato allora che ho cominciato a domandarmi se il presente fosse proprio questo: non il luogo perfetto in cui finalmente praticare, ma il pavimento che avevo sotto di me. Le mani che scivolavano. Il tappetino consumato. Le formiche. L’assenza di quella piccola casa portatile e, dentro quell’assenza, la possibilità di restare.
Eliot scrive:
“Nel punto fermo del mondo che svolta. Né carne né senza carne;
né da né verso; nel punto fermo, dov’è la danza,
né arresto né movimento. Non chiamarla fissità,
dove passato e futuro sono raccolti. Né movimento da né verso,
né ascesa né declino. Se non nel punto, nel punto fermo,
non c’è danza, e c’è soltanto danza.
Posso dire soltanto, là siamo stati: ma non posso dire dove.
E non posso dire per quanto, perché lo porrei nel tempo”.— Estratto da Burnt Norton, (No. 1 di 'Quattro Quartetti'), di T.S. Eliot
(Puoi leggere la poesia completa cliccando qui)
Burnt Norton fu scritta e pubblicata nel 1936. Otto anni dopo, nel 1963, sarebbe diventata il primo movimento dei Quattro quartetti.
Quattro poesie. Quattro luoghi: Burnt Norton, East Coker, Dry Salvages, Little Gidding. Luoghi visitati, ricordati, ereditati. Luoghi che appartengono alla vita di Eliot e che, nella poesia, diventano qualcosa di più vasto.
A ciascuno corrispondono una stagione e un elemento: aria, terra, acqua e fuoco. La struttura è semplice, quasi rituale. Un movimento circolare in cui ogni elemento conduce al successivo e, nello stesso tempo, ritorna a ciò che lo precede. Non una linea, dunque, ma un ritmo. Un modo di attraversare il tempo.
Burnt Norton appartiene all’aria, eppure è una poesia che nasce da un luogo preciso. Una villa abbandonata nei pressi di Chipping Campden, nel Gloucestershire. Eliot la visitò nell’estate del 1934 insieme all’amica Emily Hale. Camminarono nei giardini. C’erano sentieri, vasche prosciugate, siepi, un roseto.
Un giardino reale, dunque. Ma anche un luogo in cui il presente si apre improvvisamente al passato e a ciò che non è accaduto.
Il pensiero spirituale di Eliot attraversa questi spazi. Il suo incontro con la filosofia indiana e con la Bhagavad Gītā risaliva agli anni di studio; la conversione al cristianesimo anglicano era già avvenuta nel 1927. Tradizioni differenti, parole differenti, raccolte intorno alle stesse domande.
Che cosa significa essere presenti?
Dove si trova il tempo, mentre lo attraversiamo?
Nel giardino di Burnt Norton, la memoria non è soltanto ciò che rimane, è anche ciò che non è stato. Una porta che non abbiamo aperto. Un sentiero che avremmo potuto percorrere. Il fruscio di qualcosa che scompare nel momento stesso in cui cerchiamo di ascoltarlo.
Il tempo, la memoria, la transitorietà.
Temi spirituali, certamente. Ma anche esperienze quotidiane. Universali perché fragili. Perché ogni cosa che tocchiamo è già sul punto di cambiare. È in Burnt Norton che prende forma il punto fermo, the still point. Non è l’arresto del tempo. È il punto in cui il tempo smette di disperdersi. Passato, presente e futuro non si susseguono più, ma sembrano raccogliersi nello stesso luogo.
Un centro quieto.
Per Eliot, non possiamo comprendere il movimento restando soltanto dentro il movimento. Occorre avvicinarsi a una presenza raccolta attorno alla quale ogni cosa continua tuttavia a muoversi.
Penso ai versi di Jules Vallès:
L’espace m’a toujours rendu silencieux.(1)
Il punto fermo non appartiene alla cronologia. Non è prima né dopo. È un istante sottratto alla successione, ma non alla vita. Una quiete vigile, luminosa. Ricorda il «silenzio vivo» evocato da Livia Chandra Candiani: non un vuoto, ma una tana onirica. Un luogo attraversato da ciò che accade, una soglia interiore, un riparo temporaneo nel quale il movimento non scompare, ma resta sospeso.
L’immagine della sospensione in movimento si ritrova anche in due antiche tradizioni spirituali. Nella danza dei dervisci rotanti, i mistici sufi girano su se stessi in cerchi continui, come pianeti intorno a un centro invisibile. Il loro è un movimento costante, l’intento però è raggiungere un centro interiore immobile, un luogo di presenza e di unione con il divino.
La danza dei dervisci è una danza lenta, circolare, attenta, ma è soprattutto una danza che trasforma uno spazio d’intimità nell’infinito.
Qualcosa di simile appare anche nella tradizione induista. La danza di Shiva, il Tandava, è il movimento incessante dell’universo: creazione, distruzione, rinascita. Ogni forma emerge, si dissolve, ritorna. Nulla rimane immobile. Eppure si dice che Shiva danzi da un nucleo quieto. Uno spazio di coscienza dal quale il movimento ha origine e al quale, infine, ritorna.
Queste danze e questi punti fermi sono immagini nate in tradizioni differenti, che non possono essere semplicemente sovrapposte e tuttavia sembrano avvicinarsi alla stessa domanda.
Come trovare la quiete nel movimento, il silenzio nel suono, l’eterno nel presente? Non si tratta di sottrarsi al mondo. Né di raggiungere una quiete separata dalla vita. Si tratta, forse, di trovare il punto dal quale la vita può continuare a muoversi senza disperderci.
Il centro della danza. Non fuori dal mondo, ma dentro il suo agire.
II.
Un altro tema importante di Burnt Norton riguarda la memoria. La memoria riapre ciò che è chiuso. Ci restituisce non soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che avrebbe potuto accadere. Le parole non dette. La porta che non abbiamo aperto. Il sentiero che non abbiamo percorso.
Il passato si moltiplica.
Da questa moltiplicazione nasce il rimpianto: la sensazione che, da qualche parte, esista ancora una vita diversa dalla nostra. Una possibilità rimasta intatta, in attesa. Ma il luogo al quale torniamo non esiste più.
In Burnt Norton la memoria non è soltanto il deposito di ciò che è stato. È uno spazio mentale che continuiamo ad attraversare, anche quando sappiamo che non potremo abitarlo. Il rimpianto rende quello spazio seducente. Vi aggiunge luce, profondità, una falsa promessa di ritorno. Eppure tornare non significa necessariamente ritrovare. A volte il ricordo non conduce più vicino a noi stessi. Ripete soltanto lo stesso movimento: una porta, un corridoio, una stanza vuota. Ancora una volta. Ancora.
In Eliot, tuttavia, persino ciò che sembra trattenerci può diventare un varco. La memoria non deve essere cancellata, né contemplata indefinitamente. Deve essere attraversata con attenzione. Non come un luogo nel quale rifugiarsi, ma come un punto di contatto. Ciò che è stato non può essere cambiato. Può però essere guardato diversamente. La memoria, quando incontra la coscienza, smette forse di essere soltanto rimpianto. Diventa presenza.
«Solo attraverso il tempo, il tempo è conquistato», scrive Eliot.
Non si esce dal tempo opponendosi al suo scorrere. Si entra più profondamente dentro di esso. Nel punto in cui la caducità non viene negata, ma accolta insieme alla possibilità dell’eterno. La memoria può allora diventare un modo di abitare il quotidiano. Non per renderlo più leggero di quanto sia. Ma per restare presenti anche quando il passato ritorna, quando qualcosa si spezza, quando la vita perde per un momento il proprio centro.
Restare.
Lasciare che il tempo passi attraverso di noi senza portarci interamente con sé.
(1) trad. it., Lo spazio mi ha sempre reso silenzioso.