Nel punto fermo

I.

A novembre di quest’anno sono tornata in India e sempre a novembre ho letto Burnt Norton di T. S. Eliot e All’Autunno di John Keats — due poesie plasmate da sensibilità opposte. Keats si muove nella sensorialità dell’autunno; Eliot nella rarefatta aria della memoria e del tempo che passa. Eppure entrambi sembrano suggerire uno stesso gesto.

Eliot scrive:

“Nel punto fermo del mondo che svolta. Né carne né senza carne;
né da né verso; nel punto fermo, dov’è la danza,
né arresto né movimento. Non chiamarla fissità,
dove passato e futuro sono raccolti. Né movimento da né verso,
né ascesa né declino. Se non nel punto, nel punto fermo,
non c
’è danza, e c’è soltanto danza.
Posso dire soltanto, là siamo stati: ma non posso dire dove.
E non posso dire per quanto, perché lo porrei nel tempo”.

— Estratto da Burnt Norton, (No. 1 di 'Quattro Quartetti'), di T.S. Eliot

(Puoi leggere la poesia completa cliccando qui)


Scritta nel 1936 e pubblicata otto anni dopo, nel 1943, Burnt Norton sarebbe diventata il primo movimento dei Quattro quartetti.

Quattro poesie. Quattro luoghi: Burnt Norton, East Coker, Dry Salvages, Little Gidding. Luoghi visitati, ricordati, ereditati. Luoghi che appartengono alla vita di Eliot e che, nella poesia, diventano qualcosa di più vasto.

A ciascuno corrispondono una stagione e un elemento: aria, terra, acqua e fuoco. La struttura è semplice, quasi rituale. Un movimento circolare in cui ogni elemento conduce al successivo e, nello stesso tempo, ritorna a ciò che lo precede. Non una linea, dunque, ma un ritmo. Un modo di attraversare il tempo.

Burnt Norton appartiene all’aria, eppure è una poesia che nasce da un luogo preciso. Una villa abbandonata nei pressi di Chipping Campden, nel Gloucestershire. Eliot la visitò nell’estate del 1934 insieme all’amica Emily Hale. Camminarono nei giardini. C’erano sentieri, vasche prosciugate, siepi, un roseto. Un giardino reale, dunque, ma anche un luogo in cui il presente si apre improvvisamente al passato e a ciò che non è accaduto.

Il pensiero spirituale di Eliot attraversa questi spazi. Il suo incontro con la filosofia indiana e con la Bhagavad Gītā risaliva agli anni di studio; la conversione al cristianesimo anglicano era già avvenuta nel 1927. Tradizioni lontane ma accolte intorno alle stesse domande.

Dove si trova il tempo mentre lo attraversiamo?

Nel giardino di Burnt Norton, la memoria non è soltanto ciò che rimane, è anche ciò che non è stato. Una porta che non abbiamo aperto. Un sentiero che avremmo potuto percorrere. Il fruscio di qualcosa che scompare nel momento stesso in cui cerchiamo di ascoltarlo.

Il tempo, la memoria, la transitorietà.

Temi spirituali, certamente, ma anche esperienze quotidiane e universali proprio perché fragili. Perché ogni cosa che tocchiamo è già sul punto di cambiare. È in Burnt Norton che prende forma il punto fermo, the still point. Non è l’arresto del tempo, è invece il punto in cui il tempo smette di disperdersi. Passato, presente e futuro non si susseguono più, ma sembrano raccogliersi nello stesso luogo.

Un centro quieto.

Per Eliot, non possiamo comprendere il movimento restando soltanto dentro il movimento. Occorre avvicinarsi a una presenza raccolta attorno alla quale ogni cosa continua tuttavia a muoversi.

Il punto fermo non appartiene alla cronologia. Non è prima né dopo. È un istante sottratto alla successione, ma non alla vita. Una quiete vigile, luminosa. Ricorda il «silenzio vivo» evocato da Livia Chandra Candiani: non un vuoto, ma una tana onirica. Un luogo attraversato da ciò che accade, una soglia interiore, un riparo temporaneo nel quale il movimento non scompare, ma resta sospeso.

L’immagine della sospensione in movimento si ritrova anche in due antiche tradizioni spirituali. Nella danza dei dervisci rotanti, i mistici sufi girano su se stessi in cerchi continui, come pianeti intorno a un centro invisibile. Il loro è un movimento costante, l’intento però è raggiungere un centro interiore immobile, un luogo di presenza e di unione con il divino. ‍

La danza dei dervisci è una danza lenta, circolare, attenta, ma è soprattutto una danza che trasforma uno spazio d’intimità nell’infinito.

Qualcosa di simile appare anche nella tradizione vedica. La danza di Shiva, il Tandava, è il movimento incessante dell’universo: creazione, distruzione, rinascita. Ogni forma emerge, si dissolve, ritorna. Nulla rimane immobile. Eppure si dice che Shiva danzi da un nucleo quieto. Uno spazio di coscienza dal quale il movimento ha origine e al quale, infine, ritorna.

Queste danze e questi punti fermi sono immagini nate in tradizioni differenti, che non possono essere semplicemente sovrapposte e tuttavia sembrano avvicinarsi a un’altra fondamentale domanda: come trovare la quiete nel movimento, il silenzio nel suono, l’eterno nel presente? Non si tratta di sottrarsi al mondo, né di raggiungere una quiete separata dalla vita, si tratta, forse, di trovare il punto dal quale la vita può continuare a muoversi senza disperderci.

Il centro della danza. Non fuori dal mondo, ma dentro il suo agire.

II.

Un altro tema importante di Burnt Norton riguarda la memoria. La memoria riapre ciò che è chiuso. Ci restituisce non soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che avrebbe potuto accadere. Le parole non dette. La porta che non abbiamo aperto. Il sentiero che non abbiamo percorso.

Il passato si moltiplica.

Da questa moltiplicazione nasce il rimpianto: la sensazione che, da qualche parte, esista ancora una vita diversa dalla nostra. Una possibilità rimasta intatta, in attesa. Ma il luogo al quale torniamo non esiste più.

In Burnt Norton la memoria non è soltanto il deposito di ciò che è stato. È uno spazio mentale che continuiamo ad attraversare, anche quando sappiamo che non potremo abitarlo. Il rimpianto rende quello spazio seducente. Vi aggiunge luce, profondità, una falsa promessa di ritorno. Eppure tornare non significa necessariamente ritrovare. A volte il ricordo non conduce più vicino a noi stessi. Ripete soltanto lo stesso movimento: una porta, un corridoio, una stanza vuota. Ancora una volta. Ancora.

In Eliot, tuttavia, persino ciò che sembra trattenerci può diventare un varco. La memoria non deve essere cancellata, né contemplata indefinitamente. Deve essere attraversata con attenzione. Non come un luogo nel quale rifugiarsi, ma come un punto di contatto. Ciò che è stato non può essere cambiato. Può però essere guardato diversamente. La memoria, quando incontra la coscienza, smette forse di essere soltanto rimpianto, diventa presenza.

«Solo attraverso il tempo, il tempo è conquistato», scrive Eliot.

Non si esce dal tempo opponendosi al suo scorrere. Si entra più profondamente dentro di esso. Nel punto in cui la caducità non viene negata, ma accolta insieme alla possibilità dell’eterno. La memoria può allora diventare un modo di abitare il quotidiano con leggerezza, anche quando siamo attraversati dalle difficoltà.

Restare, lasciare che il tempo passi attraverso di noi senza portarci interamente con sé.

“ALL’AUTUNNO” DI JOHN KEATS

Stagione di foschie e d’una pastosa
fecondità, tu amica prediletta
del sole che matura ogni raccolto;

— All’Autunno, John Keats (estratto) (Puoi leggere la poesia completa qui)

Se la poesia di Eliot ci conduce in un territorio rarefatto, impregnato di memoria e silenzio, Keats, il poeta romantico per eccellenza, ci riporta al corpo, ai sensi, alla pienezza dell’esperienza. In Ayurveda, l’antica medicina tradizionale indiana, i sensi sono porte sottili attraverso cui il mondo entra in noi e noi entriamo nel mondo. Ogni senso, in questa tradizione, non è solo un atto fisiologico, ma un modo di conoscere, interpretare e abitare la realtà. La vista illumina, il tatto radica, l’olfatto orienta, il gusto nutre, l’udito armonizza. È attraverso queste soglie che l’equilibrio — o lo squilibrio — prende forma.

Quando leggiamo All’Autunno di John Keats, ci accorgiamo che la poesia fa esattamente questo: apre una soglia sensoriale dopo l’altra. Keats costruisce l’autunno non come un semplice scenario, ma come un’esperienza da sentire con tutto il corpo.

L’autunno, in Ayurveda, è una stagione governata dall’aria e dall’etere — elementi che portano movimento, leggerezza, incertezza. Keats, senza mai nominarli, ne fa percepire la qualità: l’aria che gonfia, la luce che cambia, il tempo che scivola. Eppure alla leggerezza Keats risponde sempre con una forma di nutrimento sensoriale: la vista dei frutti maturi, il sole che fa gonfiare la zucca, il profumo intenso della stagione, il tatto del vento che come fili di capelli dissolvono le nuvole, il canto dei grilli, i fischi del pettirosso nell’orto chiuso e le rondini che cinguettano nei cieli. È una danza tra Vata (il principio ayurvedico dell’aria che muove tutto) e le qualità più dense e nutrienti della terra che trattengono, accolgono, radicano.

Così la poesia di Keats diventa, involontariamente, un piccolo esercizio ayurvedico: ci ricorda che per attraversare il cambiamento abbiamo bisogno di tornare ai sensi, uno per volta. Di lasciarci nutrire da ciò che percepiamo. Di affidarci anche al corpo per ritrovare stabilità mentre l’aria, fuori e dentro di noi, si muove.

Pur partendo da due visioni diverse sia Eliot che Keats alla fine giungono all’idea che il tempo, così come tutto ciò che ci circonda, può essere vissuto pienamente solo se ci immergiamo al suo interno. Solo attraverso l’attenzione, il velo renoso che tinge la mente, rendendola inquieta, può essere alzato.


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