Vivere con poche righe

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Il 29 giugno del 1943 Etty Hillesum scrive:

‘Mi accorgo che in ogni situazione, anche nella più difficile, l’uomo sviluppa degli organi nuovi grazie a cui può continuare a vivere.’[1]

Il corpo è dunque un'espressione dello spirito? Seguo Etty. Traccio un segno. Scelgo la matita, la carta, il tempo. La grana conta, le ore della notte anche. Di notte la mia matita è più lenta, silenziosa, come in attesa. La notte è un luogo carico per me. C’è l’ombra che non ti aspetti, il vaso di fiori come conchiglia, le tazze dai buffi cappellini rosa. Di notte non c’è esattezza, eppure i sensi sembrano sempre tutti tesi verso un punto. 

Sulla scrivania ho il diario di Etty Hillesum, le sue parole, la sua presenza, la sua attenzione. Nel 1941 Etty era una giovane donna ebrea che viveva ad Amsterdam. Leggeva, sentiva, pensava. Cercava un punto fermo dentro di sé mentre, fuori, il mondo si restringeva.

Cominciò a scrivere nel marzo di quello stesso anno, dopo l’incontro con Julius Spier, psicologo e psicoterapeuta tedesco, allievo di Carl Gustav Jung. Il quaderno doveva servire a fare ordine: nei desideri, nella paura, nell’incertezza. Carta, inchiostro, una stanza, il gesto quotidiano di tornare alla pagina. Poi il diario cambiò. Divenne un luogo interiore, piccolo e resistente. Uno spazio in cui guardare la violenza senza lasciarle occupare tutto. Etty cerca. Cerca una casa, un luogo, parole e il 20 ottobre scrive: ‘A volte vorrei rifugiarmi con tutto quel che ho dentro in un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. È proprio così. Io sto cercando un tetto che mi ripari ma dovrò costruirmi una casa, pietra su pietra. E così ognuno cerca una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole.’[2]

Un anno dopo è silenzio a tessere la trama del suo cuore e nel diario si legge: ‘In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perché non riescono a esprimere nulla. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma d’espressione deve maturare nel silenzio.’[3]

Sottolineo, annoto, attendo. Ai margini lascio una traccia, un pezzo di me. Più tardi, faccio una lista: 

stanza

ciottolo

ginocchia

stelle graffiate

poesia

poi quasi come se mi rispondesse Etty traccia una speranza, scrivendo: ‘In me non c’è un poeta, in me c’è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia. [4]

Gli otto quaderni che consistono il diario di Etty.

ii.

Apro la finestra. L'autunno sta per iniziare. L'aria è fresca, il cielo limpido. Una stella brilla lassù, solitaria e malinconica. Di notte, le parole si amplificano. Creature emergono dai miei pensieri. Rimango a guardare il cielo. La scrivania a pochi passi di distanza. La stanza quasi un piccolo santuario. 

Etty alla scrivania, nella sua casa di Amsterdam.

Etty sapeva? Una vita breve, un mondo che non chiede il permesso. Scriveva per sé stessa? Scriveva per noi? Il suo diario è ancora aperto. Le sue lettere sono state lette molte volte. Disegno una mappa di Amsterdam, un tentativo di capire. Cosa faceva Etty? Dove andava? A che ora scriveva? Cosa sognava? Potevi sognare nell'estate del 1941, da giovane donna ebrea?

Di nuovo, raccolgo parole, stati d'animo, un'espressione sul suo volto, una linea di speranza qua e là. ‘Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. [5]

iii.

Mi allontano dalla finestra. Il corpo mi pesa, gli occhi sono stanchi. Fuori, l'oscurità è profonda. Sulla scrivania, una lampada illumina una sola pagina. Scelgo un’altra parola, la trascrivo sul mio quaderno. Un quaderno è un villaggio, un intreccio di molti "io", di desideri pericolosi, segreti intricati vengono svelati, o almeno così credo. Non leggo più, sto lì con Etty, una parola, molti significati. È la notte a controllarci? La luna, dov'è? Qual è stata l'ultima cosa che Etty ha visto? Un corpo nudo, il terrore dentro uno sguardo o forse ancora speranza? Voglio scrivere una poesia per Etty, una poesia di casa, amore, pace.



iv.

Faccio un'altra lista. Questa volta dei suoi scrittori preferiti:

Rainer Maria Rilke

Fëder Dostoevskij

Su Rilke, Etty scrive: ‘Per esempio Rilke. Un solo verso d’un tratto è per me più essenziale di... già, di che cosa? Per mesi ho vissuto di alcuni versi del suo libro su Rodin.’ [6]. Su Dostoevskij, Etty è viscerale, il corpo qui risponde, si fa animale che vuole carpire tutto, e noi leggiamo : ‘… mi ricordo ancora come l’ho letto – è stato durante le vacanze di Natale? – a casa. Finché non mi sono sentita frastornata, esausta e intontita da quelle centinaia e migliaia di pagine, l’una dopo l’altra. E adesso ogni tanto un paio di pagine, ma che riesco attivamente a ricreare, portandomele dentro per giorni. [7]

Poche righe più in là si rivolge di nuovo allo scrittore russo. Etty amava Dostoevskij per la sua capacità di addentrarsi nelle zone più misere e contraddittorie dell’animo umano, senza pronunciare su di esse un giudizio definitivo. Ciò che annota ne è la conferma: ‘Ultimamente Dostoevskij mi perseguita, assestandomi colpi sempre nuovi. Nel bel mezzo del libro di Betz su Rilke m’imbatto d’un tratto in una citazione di Dostoevskij con la quale concludo questa giornata: [8]

«È un errore giudicare l’uomo come fa lei. Non c’è amore in lei, solo una severa giustizia; lei dunque è ingiusto».’

Ma poi torna sempre a Rilke. Alle sue poesie, ai suoi versi che continuano a parlarle persino dentro la violenza del presente. E nell’ultima pagina del diario, riflettendo proprio sulla capacità della poesia di nutrire l’interiorità, scrive: ‘Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.’ [9]

Pagine dal mio saggio scritto a mano. Matita, carta, filo rosso. Un modo per portare le parole di Etty dentro la trama della mia esperienza: non soltanto leggerla, ma scrivere, toccare e cucire le pagine a mano.


[1] Da ‘Lettere, 1942-1943’, Adelphi, p. 79
[2] Da ‘Diario 1941-1943’, Adelphi, p. 67
[3] Ibid. p. 187
[4] Ibid. p. 230
[5] Ibid. p. 207
[6] Da ‘Diario 1941-1943. Ediz. integrale, Adelphi, 12 dicembre 1941
[7] Ibid.
[8] Ibid.
[9] Da ‘Diario 1941-1943’, Adelphi, p. 239


Questo testo è una traduzione dell’originale inglese pubblicato su anArchive.
anArchive è un archivio in continua evoluzione di saggi, appunti, frammenti e intuizioni.

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