La luce ritorna
i.
Credevo che sarebbe successo in un bosco, magari accanto a un larice o tra foglie calde d’autunno. Invece è successo a Parigi, in luglio.
Per questo viaggio mi porto con me pochi vestiti e un solo libro: i racconti di Katherine Mansfield. Leggo le prime storie in treno, mentre Zurigo si allontana e le montagne diventano puntini schematici. Penso all’ultima volta che ho viaggiato in treno. Non ricordo quando è stato, ma ricordo la sensazione di libertà. È un sentimento che raramente riesco a provare in macchina o in aereo.
Penso anche a quella volta in cui Katherine lasciò Londra di fretta, eccitata. Viaggiò per tutta la notte per inseguire una passione — in realtà un uomo che si rivelò molto meno interessante di lei — e capisco che voglio conoscere questa donna appassionata di vita.
A Londra i conoscenti chiamavano Katherine «ceramica d’Oriente» e Virginia Woolf la paragonò a una gatta. Katherine era delicata, incantevole, misteriosa, era anche tormentata dal ricordo di un letto nell’angolo di una stanza. Ma amava le piccole cose: tazze, teiere, bricchi, stampe. Oggetti che lei chiamava creature parlanti.
Katherine è dunque la mia compagna, l’altra sembra essere la luce. In quei giorni Parigi mi appare luminosa, quasi magica. C’è una luce che non ha nulla a che fare con l’estate e neanche con le interminabili ore di sole. È una luce che non resiste, che si abbandona, gioiosa. Però ci sono 37° forse 39° gradi e io che non amo per niente il caldo me ne sto con il naso all’insù e fotografo non so bene se gli edifici o il cielo azzurro senza nuvole.
Ad un certo punto entro in un piccolo locale alle Marais. Ordino un caffè e tiro fuori il mio libro. Riesco però a leggere solo poche pagine. La luce ritorna. Questa volta taglia il tavolo a metà e come un triangolo pieno si posa sui bicchieri e sulla caraffa d’acqua che mi hanno portato.
Sto leggendo Preludio, uno dei lavori più complessi e misteriosi di Katherine. In Preludio non c’è l’estate, l’afa, il caldo, ci sono invece stanze, ombre e cose che parlano. Questa storia non ha nulla a che fare con la luce, ma il mio sguardo si fissa e guardando i bicchieri di vetro scintillare, come dice Virginia Woolf della signora Ramsay: diventò la cosa guardata.
Queste fotografie mostrano quel momento, quell’unico e irripetibile istante in cui ho sentito il bisogno di ritornare a creare, dopo sei anni, con la voce. Le prime pagine del mio quaderno d’appunti sono intrise di quella stessa luce. Ci sono appunti, digressioni, annotazioni, c’è anche il pensiero che lascia spazio alla narrazione di Katherine, alla dimora, la sua e forse anche la mia.
ii.
Dopo essere tornata da Parigi ho trascorso un lungo periodo a rileggere Preludio. Ho cercato di comprenderne le sfumature, di fermarmi sui personaggi, di andare oltre alle stesse parole di Katherine. Alla fine però mi sono lasciata andare e finalmente sono entrata nelle ombre di Kezia, nel peso della cura, nel dolore di Linda e in quello della distanza impercettibile che si crea tra persone sedute allo stesso tavolo.
Da questo lavoro di ascolto e di osservazione è nato un progetto di lettura ravvicinata che ho chiamato Ciò che la casa sa, un percorso in dieci ascolti dedicato alla fisica degli oggetti, allo spazio domestico e alla scrittura aerea e illuminante di Katherine Mansfield.
iii.
Un’ultima cosa, arrivata dopo.
Solo quando questo articolo era già scritto ho scoperto la leggenda del larice, che voglio raccontarvi. Tanto tempo fa, tra le Dolomiti, viveva Merisana, la bellissima regina delle Ondine, creature fatate legate alle acque e ai boschi. Pur abitando in un mondo meraviglioso, soffriva pensando al dolore e alle fatiche delle creature.
Un giorno il Re dei Raggi si innamorò di lei e le chiese di sposarlo. Merisana accettò a una condizione: nel giorno delle nozze, almeno per un’ora, tutte le creature avrebbero dovuto essere felici e libere dalla sofferenza.
Alla festa, gli abitanti delle montagne portarono in dono moltissimi fiori. Due nani li unirono a rami e fronde, creando un magnifico albero. Ma i fiori essendo recisi cominciarono presto ad appassire.
Allora Merisana posò sull’albero il suo leggero velo da sposa. In quell’istante i rami ripresero vita e nacque il larice.
Da allora questo albero conserva qualcosa della sua origine magica: a differenza delle altre conifere in autunno i suoi aghi diventano dorati e poi cadono, per rinascere verdi e teneri in primavera. Per questo è considerato l’albero del rinnovamento, simbolo della capacità di lasciare andare ciò che è passato e rinascere a nuova vita.
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